
Sonny Rollins:
Way out west
Aspetto Artistico
Non è certo facile dire qualcosa di originale a proposito di Rollins, uno (forse il) dei più grandi jazzisti di tutti i tempi, fortunatamente ancora vivo e, a quanto pare, in piena salute. Theodore Walter "Sonny" Rollins, questo è il suo vero nome, nasce a Manhattan il 7 settembre del 1930, al centro quindi delle rivoluzioni jazzistiche. Intorno ai quattordici anni viene folgorato da un musicista di gran classe, quel Coleman Hawkins che diverrà uno dei suoi più importanti punti di riferimento. Pensate che il giovane Rollins aveva come vicini di casa personaggi del calibro di Bud Powell e Thelonious Monk, oltre naturalmente a Hawkins stesso. E' ovvio che gli influssi di tali musicisti non tardano a venir assorbiti da Rollins; esso rimane affascinato dal timbro pieno e corposo del tenore di "Hawk" al punto che lo perfezionerà fino a farne la propria inconfondibile voce, caratteristica che cercherà poi di coniugare alla poetica del be-bop. Contrariamente ai suoi colleghi dell'epoca, che subivano pesantemente l'influenza di Parker e di Lester Young, Rollins sceglie una strada alternativa; il suo timbro esalta le frasi spezzate e sfrutta magistralmente il registro grave dello strumento. Il riferimento al suono hawkinsiano viene custodito e dimostra come la fusione di quel modello con il linguaggio be-bop possa portare a risultati clamorosi. Il nostro è quindi, oggi come ieri, un personaggio dotato di forte originalità e difficilmente inquadrabile in alcuno schematismo. Come se non fosse già abbastanza, bisogna rilevare la totale idiosincrasia a farsi coinvolgere più di tanto nel meccanismo del music-bussines; le sue frequenti sparizioni (avvenute diverse volte nel corso della sua carriera) né sono la prova più lampante. E' ormai leggenda il fatto che, durante uno dei suoi ritiri, lo si ritrovasse in solitudine a suonare per ore ed ore nel passaggio pedonale del ponte di Williamsburg…La carriera di Sonny Rollins è difficilmente sintetizzabile, vista l'enorme mole di dischi prodotti come partner o a proprio nome, dischi quasi sempre di livello altissimo, che lo vedono in collaborazione con i più grandi jazzisti di sempre. La sua forte originalità non ci impedisce di collocarlo nell'area hard-bop ma, certo, Rollins non si può facilmente rinchiudere in certi stilemi; la sua padronanza dell'assolo, la sua straripante forza narrativa e la facilità di dominare una costruzione, allontanandosi spericolatamente dalla struttura per poi rientrarci con assoluta naturalezza, da qualsiasi parte si trovi, sono doti ad appannaggio solamente dei più grandi fuoriclasse e Rollins non v'è dubbio che lo sia.
A soli 23 anni, durante una sua visita in California, si trova ad incidere, quasi per caso, "Way out West" in compagnia di Ray Brown (contrabbasso) e di Shelly Manne (batteria); l'arditezza della scelta di una simile formazione (un trio senza strumento armonico, in genere pianoforte) è, per l'epoca, assolutamente inusuale. Rollins sfrutta questa opportunità per lanciarsi in spericolate improvvisazioni, libero dalla costrittiva struttura armonica, per ovvi motivi assente. Da grande mattatore qual'è riesce a sfornare un album che può tranquillamente fregiarsi dell'appellativo di capolavoro assoluto. Non sono ovviamente estranei alla riuscitissima seduta i due straordinari partners, anch'essi considerati, nei loro rispettivi strumenti, degli autentici maestri. Essi sostengono la struttura ritmico-armonica e suggeriscono le tracce che il vulcanico Rollins sviscera da par suo, ma non si fanno desiderare quando si lanciano in improvvisazioni in cui dimostrano tutte le loro capacità. Nei sei brani che costituiscono il bellissimo Lp chiunque ami il jazz si perderà volontariamente, volerà e sognerà fino al risveglio, che coinciderà inevitabilmente con la fine dell'LP. Buon ascolto nel mito di Sonny "Saxophone Colossus" Rollins!
Osvaldo Uccheddu © 2001
Le edizioni
La Analog Production ha ristampato questo splendido album su vinile: il risultato è immancabile.
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